Bellezze sicule dal kouros e dalla kore alle icone post – moderne

 

di Riccardo Di Salvo

Nella società dello spettacolo che macina tutto come immagine, è accaduto che il bello si trasformasse velocemente. Negli anni Sessanta – Settanta del Novecento il canone della bellezza femminile andò in frantumi. Non era più quello della donna curvilinea e sensuale. Fu considerato sex – symbol la modella inglese Twiggy, magra come un grissino e fredda come un cubetto di ghiaccio.
Ora accade il contrario. Dopo quarant’anni gli stilisti si sono stancati di modelle anoressiche e ipocondriache. Hanno riproposto modelle stile anni ’50, quando le donne si identificavano con le dive mediterranee per eccellenza come la Loren, la Lollobrigida e la Cardinale.
La stessa incombente legge del mercato ha trasformato anche l’immagine del corpo maschile in uomo – oggetto. Sembra la legge dantesca del contrappasso. Negli anni della mia adolescenza l’uomo era bello se coincideva con il corpo statuario e tenebroso di Marlon  Brando, con quello più fragile ma sornione di Marcello Mastroianni o con quello apollineo e istrionico di Vittorio Gassman. Piacevano, perché incarnavano il sesso ma anche perché erano affascinanti.
Avvenne poi, dagli anni Ottanta fino ai nostri giorni, una grave confusione estetica. Le conseguenze perdureranno, chissà per quanto tempo ancora. Il bello è andato a sbattere contro le rocce del marketing. L’impero televisivo di sua emittenza  Silvio Berlusconi impose trionfalmente per vent’anni circa, l’equivalenza  sesso – denaro. Lui stesso divenne sex – symbol delle donne italiane, casalinghe e impiegate, principesse mediatiche ed escort. Ben altro erano il kouros e la kore nell’antica religione greca. Erano simboli di una bellezza sacra, non mercificata. In epoca più recente questi modelli vengono riproposti nelle immagini erotiche e, talvolta mistiche dei modelli estetici novecenteschi. Prima ancora di essere soggetti di una virilità ambigua, il kouros greco può essere barocco come un’icona di Chiesa oppure nudo, privo di orpelli, ma sensuale fino all’estasi, nei modelli del fotografo tedesco Wilhelm von Gloeden. Un dandy tedesco attratto dalle sontuose bellezze siciliane che ricordano un po’ la carnalità greca e il misticismo cristiano. Ancora oggi scrittori e fotografi lo riconoscono come esploratore della bellezza siciliana e come frequentatore delle spiagge  dell’isola mediterranea, prima ancora che diventassero di moda, il barone tedesco sfidò il moralismo bacchettone, osannando protervi nudi maschili belli e sensuali  come fiori di cactus. Mi auguro che i turisti vengano in Sicilia, non solo per adorare le gambe del “San Sebastiano” di Antonello da Messina, ma anche per ricordare queste pagine che fanno parte della storia dell’isola, come luogo mitico dell’”amore greco”, per dirlo alla Oscar Wilde e per praticare un dandysmo raffinato che non si confonda con  lo sballo da discoteca e con il popper dei cruising – bar.
La Sicilia, senza dubbio, è la terra che può vantare il primato della bellezza mediterranea.  Le origini di questo mito sono greche. L’isola, che è il centro del Mare nostrum, “lu chiamarunu "Sicilia" li genti, ma di l'Eternu Patri e' lu diamanti”, nell’ VIII°  a.C. fu meta del primo flusso del colonialismo greco. I greci portarono nell’isola, già contesa tra Siculi e Sicani, la loro cultura e i loro dei. Ci fu un miscuglio carnale che generò bellezze e fascino indiscutibili, così come avvenne nell’era cristiana con Arabi, Normanni e gli altri popoli che si avvicendarono sulla scena della storia siciliana come Bizantini, Aragonesi,  Angioini. Per ultimi  Americani ed extracomunitari.
La bellezza non appartiene solo ai ceti privilegiati. E’ una dote che può avere anche il popolo. La Sicilia ha l’onore di possedere un repertorio di icone femminili, dalle principesse alle popolane, dai ragazzi  di von Gloeden ai pescatori della “Terra trema” di Luchino Visconti. Recentemente anche la moda si è appropriata del mito della bellezza siciliana. Dolce & Gabbana mettono in risalto la bellezza arcaica del popolo siciliano, scegliendo modelli agli antipodi rispetto alla bellezza stereotipata tradizionale.

La riscoperta delle radici siciliane la ritroviamo più per le strade dove tutto è più vero,  non certo in pose preordinate e immagini photoshoppate. La moda fa il suo mestiere, tende ad omologare le differenze. Un pescatore o un pastore possono avere una marcia in più. L’originalità. I cliché servono al mercato, non alla cultura. E’ proprio questa la grande risorsa da valorizzare. C’è più poesia nel corpo di un popolano, ce l’ha insegnato Pasolini, che non nel trucco di un modello convenzionale. E' preferibile una bellezza fuori dagli standard della moda. Non importa il successo effimero di meteore subito cancellate nel firmamento dello show – business.

 

Ph  Fabrizio Cavallaro

 

Copyright: Fabrizio Cavallaro – Riccardo Di Salvo. Vietata la riproduzione anche parziale delle foto, tranne che si indichi la fonte.

 

 Bellezze sicule dal  kouros e dalla kore alle icone  post – moderne

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