Un matrimonio celebrato regolarmente, due persone che hanno scelto di condividere la vita e un certificato che, oltreconfine, non basta a veder riconosciuto il loro legame. È la vicenda di Ivan Novotný e Metod Špaček, sposati in Austria nel 2020 e oggi protagonisti di un contenzioso con le autorità della Slovacchia, il Paese in cui vivono.

La loro storia, raccontata il 13 ottobre 2026 dal Guardian, mette al centro una questione che interessa molte coppie LGBT+ europee: che valore ha un matrimonio quando i coniugi attraversano la frontiera di uno Stato che non consente le nozze tra persone dello stesso sesso?

UN SÌ CHE NON DOVREBBE FERMARSI ALLA FRONTIERA

Novotný, 31 anni, e Špaček, 51, sono entrambi giuristi ed ex diplomatici. Non chiedono alla Slovacchia di introdurre immediatamente il matrimonio egualitario, ma di riconoscere il vincolo contratto legalmente in Austria. La richiesta di registrazione è stata respinta perché la normativa slovacca definisce il matrimonio come unione tra un uomo e una donna.

Nel Paese, inoltre, non esiste attualmente una forma generale di unione civile riservata alle coppie dello stesso sesso. L’assenza di un riconoscimento ufficiale può rendere incerti aspetti molto concreti, dai documenti ai rapporti con le amministrazioni, fino alle situazioni in cui occorre dimostrare di essere coniugi.

LA SENTENZA EUROPEA CHE HA RIAPERTO IL DIBATTITO

La vicenda si inserisce nel solco di una decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea del 25 novembre 2025. Nella causa C-713/23, nata dal ricorso di una coppia polacca sposata in Germania, i giudici hanno stabilito che gli Stati membri devono rispettare, nei casi disciplinati dal diritto UE, il matrimonio tra cittadini europei dello stesso sesso validamente celebrato in un altro Stato membro nell’esercizio della libertà di circolazione.

La sentenza non obbliga ogni Paese a introdurre il matrimonio egualitario nella propria legislazione interna. Impone però di non compromettere i diritti garantiti dall’Unione, tra cui la libertà di movimento e il rispetto della vita privata e familiare. Restano da chiarire, nel caso slovacco, le modalità concrete con cui tali principi debbano essere applicati.

UNA STORIA CHE RIGUARDA MOLTE FAMIGLIE

Non sono soltanto Ivan e Metod a chiedere risposte. Anche Marián Žáry Kukelka, sposato con il compagno Ondrej in Austria nel 2023, ha intrapreso un’azione nei confronti delle autorità slovacche. Per lui il riconoscimento del cognome matrimoniale è anche una questione simbolica: significa poter esprimere pubblicamente un legame già vissuto ogni giorno.

La posizione del ministero dell’Interno slovacco resta legata all’attuale quadro costituzionale nazionale, pur riconoscendo la prevalenza del diritto europeo nei suoi ambiti di applicazione. La controversia, quindi, non può essere considerata conclusa.

In fondo, la domanda posta da queste coppie è semplice: un matrimonio legale dovrebbe perdere significato quando si attraversa una frontiera? Il confronto tra Bratislava e le istituzioni europee promette di diventare un passaggio importante per il futuro dei diritti familiari nell’Unione.